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Le rughe nell’animo… al tempo del Coronavirus


Pubblicato da L’Ortica del Venerdì il 17 aprile 2020

All’inizio era solo stupore, incredulità, impossibilità ad accettare il repentino cambio delle situazioni e degli scenari a cui eravamo abituati. Non sentire più nelle ore di punta il vociare, a volte festoso e più spesso lamentoso, dei bambini che entravano a scuola, il traffico dei genitori, che già stanchi nervosamente li accompagnavano, l’autobus preso d’assalto, i clacson e le tante, a volte troppe sollecitazioni esterne che impedivano perfino la concentrazione. Poi inaspettatamente tutto  si è chetato, anche lo schiamazzo delle improvvisate partite di calcio all’angolo della strada, persino l’odioso e continuo abbaiare dei cani. Tutti chiusi in casa per non contagiarsi con il nuovo, sconosciuto, temibile virus.

Sembrava impossibile, veniva da chiedersi se fosse realtà o se tutti insieme avessimo deciso di girare le scene di un film di fantascienza. All’improvviso volti irriconoscibili nascosti dalla mascherina, distanza tra di noi, sguardi sospettosi a indagare un colpo di tosse, uno starnuto non protetto dalla piega del gomito e non più dalla mano. Interminabili file, stavolta rispettate con rigore, per entrare in farmacia o al negozio di alimentari. Il foglio di via per non essere sanzionati, tutte precauzioni messe in atto per il bene comune.

E adesso il silenzio, profondo, totale, assordante, rotto solo dagli automezzi che continuano la raccolta differenziata e che con il loro rumore ci ricordano i carri dei monatti, quando durante la peste andavano di casa in casa a raccogliere i malati da portare al lazzaretto o i defunti da cremare. Già, come sta accadendo oggi a chi muore soffocato dal liquido nei polmoni. Viene da pensare che molti modi di morire sarebbero cento volte meglio. Tanta paura del colesterolo, dei trigliceridi, non mangiare questo o quello, tutti pronti al sacrificiio alimentare che preserva da complicazioni. E poi arriva un virus che fa rimpiangere perfino la morte vissuta con il conforto dei propri cari, una particella infettiva di dimensioni submicroscopiche che ti leva tutto, anche una fine dignitosa, il diritto ad essere accompagnato nell’ultimo viaggio dalle lacrime di chi ti ama.

Ed è proprio nel silenzio, assordante  e stupito dentro e fuori di noi, che i pensieri volano, come i molti volatili tornati a popolare la pineta vicina al mare. E’ come se la natura fosse l’unica autorizzata a parlare. Ci si accorge che non c’è voluto poi tanto che riprendesse i suoi spazi, dimostrandoci che lei è sempre stata lì, paziente, nonostante la cattiveria e l’indifferenza con cui è stata trattata. E non ci porta rancore, anzi, ci regala in un’inedita e intatta cornice il tripudio di profumi e colori a cui da tempo non si dava importanza.

Vivo sulla costa da anni e mi sorprendo nel vedere l’intraprendenza degli uccelli che con ampi voli rallegrano il panorama, planando sui balconi e sui terrazzi, quasi curiosi di scoprire che fine abbiano fatto i rumori che li tenevano lontani. E da qui scorgo il mare, la baia dove godevo di infinite camminate, un mare a cui adesso è vietato accedere. Osservo la striscia azzurra e vedo il suo colore che oggi è turchino, nostalgico. Mancano anche al mare quelle passeggiate, ne sono certa, ricordando le onde che al mio arrivo si allungavano a lambirmi le gambe, come un cucciolo che mi riconosceva festoso. Adesso lo immagino così solitario, mentre gode però della pulizia della spiaggia e del rispetto che non gli era più riservato.

È la natura adesso a indicarci la strada per non tornare a essere ciò che siamo stati, ci offre una chiave di lettura che per troppo tempo abbiamo ignorato. Adesso abbiamo capito che gli scenari possono cambiare in un attimo, che la libertà ci può essere tolta con poche mosse, che l’unione tra di noi è importante per vincere la distanza sociale. Stiamo sperimentando formule nuove lavorative e didattiche, che potranno svuotare le città dal traffico e dall’inquinamento assassino. Stiamo comprendendo l’importanza delle risorse umane e materiali che non dovremo mai più lasciare andare. Abbiamo capito troppe cose tutte in una volta e stranamente vediamo che la pelle proprio in questi giorni, non sottoposta ai soliti stress, mostra meno rughe, che i capelli tornano rigogliosi senza l’assalto degli acidi agenti atmosferici. Ma le rughe ora ce le abbiamo nell’animo e non ci sarà nessuna crema miracolosa a cancellarle, perché sono rughe di maturità, di consapevolezza, e in alcuni laceranti momenti, di estrema tristezza.

Daniela Alibrandi                                                                                                

 

 

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