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“Gli uomini vanno e vengono…”la mia rilettura


L’8 ottobre 1991 moriva a Roma Natalia Ginzburg. Oggi voglio ricordare la poesia Memoria, che lei scrisse al marito, Leone Ginzurg, torturato e ucciso nel 1944. Erano sposati da soli sei anni e avevano già avuto tre figli. Una lettura che conoscevo, della quale però mi sembra solo ora di cogliere in pieno il drammatico e disperato senso.

“Gli uomini vanno e vengono
per le strade della città
Comprano libri e giornali,
muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso,
le labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo
per guardare il suo viso,
ti chinasti a baciarlo
con un gesto consueto.
Ma era l’ultima volta.
Era il viso consueto,
solo un poco più stanco.
E il vestito era quello di sempre.
E le scarpe erano quelle di sempre.
E le mani erano quelle che
spezzavano il pane e
versavano il vino.
Oggi ancora nel tempo
che passa sollevi il lenzuolo
a guardare il suo viso
per l’ultima volta.
Se cammini per strada
nessuno ti è accanto
Se hai paura
nessuno ti prende per mano

E non è tua la strada,
non è tua la città.
Non è tua la città
illuminata. La città
illuminata è degli altri,
degli uomini che vanno
e vengono comprando cibi e giornali.
Puoi affacciarti un poco
alla quieta finestra
a guardare il silenzio,
il giardino nel buio.
Allora quando piangevi
c’era la sua voce serena.
Allora quando ridevi
c’era il suo riso sommesso.

Ma il cancello che a sera
s’apriva, resterà chiuso
per sempre, e deserta
è la tua giovinezza.
Spento il fuoco,
vuota la casa.

E mi è sembrato interessante il commento alla poesia che ho trovato al seguente link:

https://vogliadipoesia.altervista.org/memoria-natalia-ginzburg/

“Il ‘tu’ di questa poesia è l’autrice stessa: è lei che parla a se stessa, in una specie di dialogo interiore tra sé e sé. La poesia comunica il senso di straniamento successivo alla morte della persona cara: il mondo sembra andare avanti lo stesso, uguale a prima; gli uomini vanno e vengono per le strade della città, indaffarati nelle loro occupazioni quotidiane; tutto sembra come prima. Anche quando lo ha visto per l’ultima volta, morto, le è sembrato simile a come era prima, con il viso di sempre, le mani, le scarpe, i vestiti di quando era in vita…
Cosa c’è di diverso, allora? La solitudine; quella che le piomba addosso quando percepisce l’assenza di lui; quando non c’è nessuno che le cammina a fianco, nessuno che le prende la mano se ha paura; non c’è nessuno che rida con lei, che le dia serenità quando piange. Così è per le strade della città, che non è più la sua città, ma di altri; e così è dentro casa sua, che è vuota e deserta, come la sua vita.”

La poesia, con il titolo di Memoria, fu pubblicata nel dicembre del 1944 sulla rivista «Mercurio»

La mia ricerca non si è fermata qui, sono andata a rileggere anche l’ultima lettera che il marito, Leone Ginzburg, aveva scritto a lei poco prima di morire:

https://fondazionefeltrinelli.it/lultima-lettera-di-leone-ginzburg-alla-moglie-natalia/

Stralcio:

La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori e scriva e sia utile agli altri. Questi consigli ti parranno facili e irritanti; invece sono il miglior frutto della mia tenerezza e del mio senso di responsabilità. Attraverso la creazione artistica ti libererai delle troppe lacrime che ti fanno groppo dentro”

Due lettere che mi hanno fatto varcare l’impenetrabile soglia di un amore vero, intenso, profondo ed eterno. E spero di non risultare irriguardosa se la mia mente vola all’ultimo bacio che ho posato sul tuo volto, o se vengo assalita dal ricordo della tua voce, ormai debole ma forte dei tuoi sentimenti, quando mi esortavi in quegli ultimi momenti trascorsi insieme ad andare avanti e a scrivere, perchè solo attraverso la scrittura avrei vinto la disperazione e le lacrime.

L’amore generoso di chi vede la propria fine, ma ciò che teme soprattutto è il dolore che proverà la persona amata…

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