LE NEWS, QUELLE STRANE RAGAZZE - Le recensioni

Se un libro vale non importa la data di uscita


Facendo zapping mi sono imbattuta nella recensione a “Quelle strane ragazze” sul sito La Lampada di Aladino.

https://www.lalampadadialadino.net/single-post/2018/03/16/quelle-strane-ragazze-di-daniela-alibrandi

Bella, profonda, una descrizione incredibilmente autentica dei personaggi, degli intrecci e della magia in cui si snodano le vite delle quattro ragazze e le loro storie che, come dice il recensore, affascinano e indignano allo stesso tempo.

Vi invito a leggerla, perchè è coinvolgente e toccante, lo è stata anche per me…

“Quelle strane ragazze”(Premio Letterario Nazionale Perseide 2014) è in distribuzione globale in tutto il mondo:

https://danielaalibrandi.com/2019/12/30/dove-acquistare-quelle-strane-ragazze/

https://danielaalibrandi.com/category/distribuzione-globale/

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LE NEWS

La disperazione, il sentimento senza fine…


A volte penso che l’unico sentimento che non ha mai fine sia la disperazione. La collera passa, L’amore e la felicità raggiungono vette inaspettate ma possono finire, la gioia anima e rallegra, ma la disperazione no, non raggiunge mai il fondo, si può provarla all’infinito.

QUELLE STRANE RAGAZZE, L’INCIPIT:

Non vedeva l’ora che l’angoscia andasse via. Quella sensazione con la quale si svegliava ed era abituato a convivere per tutta la giornata, finché la notte spaziava nella sua mente come un vento gelido, estirpando anche il più tenero germoglio, impedendogli perfino di sognare. Un sentimento che lo possedeva da un po’, esattamente da quando aveva capito che il tempo per lui era divenuto il timer di una bomba, che segnava un inesorabile countdown. Non sapeva neanche come fosse iniziato, ma a un certo momento, udendo il ticchettio della sua sveglia, l’aveva sentito diverso da sempre, più forte, isolato dai rumori dell’ambiente.

Si era voltato a guardare le lancette e, fissandole, aveva compreso inequivocabilmente che il suo tempo stava per finire. E non c’era nulla che potesse salvarlo. Da quell’istante vedere l’inizio di una nuova giornata inondata di sole, sentire cinguettare gli uccellini primaverili, tutto quanto potesse esserci per rallegrare l’animo umano scavava invece in lui un solco di inadeguatezza, nella cui profondità il suo animo scendeva, inghiottito da un’invincibile sabbia mobile. La sensazione di non poter più respirare lo attanagliava spesso, finché si portava veloce verso l’antica e pesante finestra del salone, aperta la quale il suo sguardo planava indisturbato su piazza Mincio. Poteva udire distintamente l’acqua scorrere dalla bocca delle rane scolpite nella fontana e di fronte a lui si stagliava la sagoma del Villino delle Fate. Eppure lui viveva in una favola. Cosa gli era mai accaduto per riuscire a distorcere la percezione di una realtà meravigliosa fino a farla divenire l’inferno dove il suo corpo e la sua mente stavano ormai bruciando silenziosamente?

Era riuscito a non far trasparire questo suo malessere  e non desiderava condividerlo con nessuno, soprattutto con lei, e per niente al mondo. Se ne vergognava e ne era geloso. Doveva essere solo suo. Ma la fine non sarebbe giunta improvvisa, senza dargli avvisaglie, la morte non l’avrebbe preso quando voleva lei, no, spettava a lui decidere come e quando. Stavolta aveva acquistato delle lamette e stava pensando a come tagliarsi le vene, nel bagno caldo. Fuori si avvertiva il consueto passaggio dal tepore primaverile al caldo estivo, un fermento naturale dal quale lui si sentiva disturbato, e solo per questo aveva preferito chiuderla quella finestra.

Si chiedeva quanto fosse doloroso tagliare i vasi sanguigni, quale impressione facesse vedere il proprio sangue sgorgare denso per mescolarsi lentamente all’acqua. Trovarsi lì, immobile, nell’impossibilità di fermare l’emorragia e di riprendere il vigore che, invece, lo avrebbe abbandonato in modo ritmico e inesorabile, felice anch’esso di uscire da lui e dalla sua disperazione. Iniziò ad aprire il rubinetto dell’acqua calda per riempire l’antica vasca smaltata, che poggiava su quattro zampe di leone, di ottone talmente lucido da farle sembrare dorate. Il vapore iniziò a riempire l’ambiente e lui vi versò delle essenze, non voleva sentire l’odore del sangue.

La vasca, imponente, era posta al centro preciso di una sala da bagno ampia, dalle pareti ricoperte in legno di mogano. E lui iniziò a immergersi in quella linfa fin troppo calda, quasi bollente. Così sdraiato poteva osservare le travi che ricoprivano il soffitto, senza ammirarle. Quanto avrebbe impiegato la vita ad abbandonarlo? Chiuse gli occhi e vide chiaramente il suo corpo affogato nell’acqua rossa di plasma, le sue membra rigide, l’ambiente saturo del suo fetido odore. Prese la lametta e la poggiò delicatamente sulla vena che pulsava veloce, come un’ anguilla che non volesse essere catturata. Spinse la lama e sentì che si era graffiato. Vide una stilla di sangue uscire e, terrorizzato, gettò la lametta in terra. Aprì il rubinetto dell’acqua fredda e tamponò quella microscopica scalfittura nella pelle.

No, non era quello il modo di lasciare l’esistenza. Proprio come non lo era stato il gettarsi di sotto dalla torretta del suo palazzo. Quella volta aveva trascorso un paio d’ore in piedi sotto il tetto, ascoltando i consigli dei numerosi piccioni che lo popolavano, e poi era giunto alla conclusione che il suo corpo sfracellato, proprio vicino alla fontana delle rane, non sarebbe stato un bello spettacolo. Anche quando aveva preso di nascosto l’antica pistola, che veniva custodita nella bacheca, aveva deciso alla fine di non fare fuoco.

Eppure ne aveva meticolosamente oleato gli ingranaggi e pulito la canna, l’aveva caricata e se l’era infilata in bocca. Bastava premere quello stupido grilletto. Ma la visione del suo cervello spiaccicato sul legno di mogano che ricopriva la parete lo aveva fatto desistere.

Insomma, doveva fare in  fretta e trovare il modo più adatto prima o poi. Si alzò dalla vasca e si asciugò. Aprì le finestre del bagno e restò immobile, porgendo il suo corpo nudo al sole che era entrato prorompente, insieme ai rumori della strada e della piazza. “Guardatemi fate! Osservatemi rane! Un giorno mi ricorderete” urlò, come faceva sempre quando decideva di non suicidarsi più.

Uno stralcio da leggere, un delirio da comprendere “Quelle strane ragazze “, ambientato nel quartiere Magico di Roma, il Coppedè, è il romanzo che non dà tregua!

https://danielaalibrandi.com/2019/12/30/dove-acquistare-quelle-strane-ragazze/

https://danielaalibrandi.com/category/distribuzione-globale/

E se siete all’estero:

https://danielaenglishwebsite.wordpress.com/2018/07/20/quelle-strane-ragazze-the-global-distribution/

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